Pensioni aumenti da febbraio 2026.

Nel 2026 le pensioni subiranno un adeguamento all’inflazione dell’1,4%. Gli aumenti netti saranno tuttavia contenuti: si oscilla dai 3 euro mensili per le pensioni minime ai 30-40 euro lordi per gli assegni tra i 2mila e i 3mila euro.

 

Dal 1° gennaio 2026 le pensioni aumentano dell’1,4%. Una percentuale che, sulla carta, sembra una buona notizia, ma che nella realtà si traduce in pochi euro in più al mese, spesso assorbiti quasi del tutto da tasse e inflazione.

Le pensioni minime passeranno da:

616,67 euro a 619,79 euro: poco più di 3 euro netti in più al mese.

Una pensione da 1.000 euro netti aumenterà di circa 11 euro mensili, mentre una da 1.500 euro lordi crescerà di circa 17 euro dopo le trattenute fiscali.

Aumenti che, per molti, hanno un valore più simbolico che reale.

Il punto centrale è che la perequazione, che serve ad adeguare le pensioni all’inflazione, ha un concreto molto limitato.

Tra il 2022 e il 2026 l’aumento complessivo delle pensioni è stato di circa il 16%, ma sul netto l’incremento reale si ferma spesso al 12–13%.

Con l’aumento degli importi cresce anche l’Irpef, che si prende parte della rivalutazione.

C’è un altro aspetto che merita attenzione: il cosiddetto “paradosso redistributivo”.

In alcuni casi, chi ha versato contributi per tutta la vita e percepisce una pensione previdenziale può ritrovarsi con un netto mensile più basso rispetto a chi riceve una prestazione assistenziale, quasi del tutto esente da tasse.

Un meccanismo che nasce dall’incrocio tra no tax area ferma a 8.500 euro annui, tassazione progressiva e maggiorazioni sociali.

Il risultato è una perdita di potere d’acquisto che molti pensionati percepiscono ogni mese, soprattutto dopo l’impennata inflattiva degli ultimi anni.

Pertanto questo anno le pensioni saranno rivalutate del +1,4%.

Per le pensioni minime questo significa circa 3 euro netti in più al mese. (Vergognoso)

Un aumento che va letto con attenzione, perché nella maggior parte dei casi viene ridotto da Irpef e addizionali. È qui che si crea la distanza tra il dato annunciato e il beneficio reale: tra aumento lordo e netto la differenza può essere rilevante.

E non solo. In alcuni casi il sistema genera un paradosso: chi ha versato più contributi durante la vita lavorativa può ritrovarsi con un importo netto inferiore rispetto a chi percepisce una prestazione assistenziale, spesso esente da tassazione.

 

La Consulta su questo aspetto

 

Attraverso le pronunce dai primi anni Novanta a oggi, è possibile cogliere un graduale spostamento della Corte da posizioni di larga garanzia per i pensionati a posizioni attente anche a regole di calcolo dei benefici, compatibilità di bilancio ed esigenze di altri capitoli di spesa con radici in principi costituzionali.

 

La Corte dimostra di intuire che le regole di indicizzazione vadano messe in relazione con quelle di calcolo della pensione. Si raccomanda maggiore prudenza nelle modifiche dell’indicizzazione delle pensioni contributive, alla luce della “tendenziale corrispettività tra provvista finanziaria (il cosiddetto montante) e misura del trattamento previdenziale liquidato

 

Se le regole di calcolo sono scelte per trasferire risorse nel tempo a livello individuale, senza attivare flussi redistributivi interpersonali, la piena indicizzazione è un diritto soggettivo patrimoniale, violato il quale il pensionato riceve in termini reali meno di quanto da lui versato in contributi. Ma, se il calcolo delle pensioni è sin dall’inizio generoso, la necessità che si recuperi anno per anno la dinamica dei prezzi si indebolisce, sino anche a scomparire, a seconda dell’ampiezza dello squilibrio attuariale e delle compatibilità economiche e sociali. Se dopo ‘x’ anni di indicizzazione, in ‘t+x’ è pari a 100 la pensione che realizza la “corrispettività”, la stessa pensione se erogata per 100 sin da ‘t’, anno di decorrenza, non necessita di piena indicizzazione per soddisfare la stessa “corrispettività”.

 

In termini tecnici, “corrispettività” è neutralità attuariale. La pensione è neutrale quando il valore attuale delle rate, percepibili per un numero di anni pari alla vita attesa al pensionamento, eguaglia il valore capitalizzato dei contributi versati sino a quel momento.

 

Alcune proposte per risolvere la questione.

Concentrandosi su proposte che riguardino tutte le pensioni e solo le regole di indicizzazione, si potrebbe ipotizzare di indicizzare non al Foi (l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati) senza tabacchi ma al valore minimo tra la variazione del Foi e quella delle retribuzioni contrattuali orarie.

Una seconda ipotesi potrebbe essere l’adozione di un approccio top-down con identificazione, su archi triennali o quinquennali (l’orizzonte del Documento programmatico di bilancio), di una massima dotazione di bilancio dedicabile all’indicizzazione. Vale già per altre voci importanti per l’equità e la crescita e con diretti riflessi costituzionali, per la sanità, per la perequazione tra comuni, per il Fondo per le non autosufficienze, per la coesione territoriale con fondi nazionali ed europei, per la perequazione infrastrutturale, può iniziare a valere anche per l’indicizzazione delle pensioni e, anzi, valesse anche qui, il top-down potrebbe diventare meno stringente altrove.

Infine, una terza ipotesi potrebbe riguardare l’indicizzazione delle pensioni contributive e delle quote contributive di pensione per tenere conto, anno per anno, non solo del tasso di inflazione, ma anche della differenza tra tasso di crescita del Pil scontato ex-ante (l’1,5 per cento) e crescita effettiva (un correttivo già all’opera in Svezia). Le tre proposte potrebbero anche essere combinate tra loro.